La Biblioterapia

La biblioterapia è l’incontro intenzionale tra storie e persone allo scopo di raggiungere un chiaro obiettivo attraverso il ragionamento e l’esperienza di lettura facilitate da una figura professionale.

Cos'è la Biblioterapia

Nel corso della sua esistenza, sia nelle fasi più embrionali che in quelle successive, la biblioterapia è stata definita in modi diversi ma non particolarmente distanti. Marco Dalla Valle del 2016 fornì la seguente  definizione: 

L’uso creativo e ragionato della letteratura per raggiungere un obiettivo grazie alla guida o all’intervento di un facilitatore.

Proprio partendo da questa definizione è necessario operare la prima distinzione tra biblioterapia clinica e biblioterapia dello sviluppo secondo il modello proposto da Arleen Hynes. 

La prima presuppone una competenza medica che si occupa di curare una patologia e di conseguenza la biblioterapia viene utilizzata da figure specializzate e valutando gli obiettivi a caratteri medico e psicologico. 

La seconda invece è operata da facilitatori e facilitatrici che non posseggono qualifiche mediche. Si torna quindi alla definizione di Marco Dalla Valle che pone al centro l’obiettivo. Nel caso della biblioterapia dello sviluppo, l’obiettivo non ha nulla a che vedere con la cura di una patologia ma al contrario, si focalizza sulla parte sana del soggetto

Il suo scopo è quello di rafforzare questa parte e contribuire allo sviluppo personale tramite le corrispondenze che si creano tra le storia e il soggetto. La biblioterapia favorisce quindi un processo di consapevolezza di sé.

"Le storie, da quando esistono, cioè da sempre, sono portatrici del germoglio della biblioterapia."

Le radici di questa disciplina si possono scovare nell’antica Grecia, in cui il narrare e il leggere ad alta voce erano parte fondante della società. Attraverso i secoli la concezione della lettura è mutata fino ad arrivare, grazie a un lungo percorso evolutivo, ad assumere una connotazione clinica e professionale nel corso del Novecento e oltre, legata al concetto di cura. 

Nel Novecento la biblioterapia inizia ad assumere una connotazione clinica. Nel 1916, Samuel Crothers coniò il termine Biblioterapia. Successivamente, nel 1937, William Menninger contribuì significativamente allo sviluppo della biblioterapia con il suo articolo intitolato Bibliotherapy. Questo lavoro fornì un terreno fertile sul quale far crescere il concetto, tra gli altri, di libro su prescrizione e la consapevolezza che non esitano libri universalmente validi per tutte le persone ma che ogni soggetto abbia caratteristiche specifiche a cui associare testi specifici.

Un’altra figura chiave nella storia della biblioterapia è Caroline Shrodes, che nel 1949 teorizza un approccio psicodinamico alla biblioterapia, offrendo una nuova prospettiva e stimolando un’attenzione crescente verso questa pratica.

Negli anni ’80, presso la Villanova University’s Graduate School of Library Science, fu creato il primo corso accreditato in Biblioterapia, segnando un passo importante verso il riconoscimento professionale della disciplina. Da qui nacque una maggiore regolamentazione: l’International Federation for Biblio-Poetry Therapy (IFBPT), insieme alla National Association for Poetry Therapy (NAPT), stabilirono i requisiti per i biblioterapistI negli Stati Uniti e si occuparono di pubblicare ricerche nel campo. L’IFBPT fu fondata, tra gli altri, da Arleen McCarty Hynes, che contribuì in modo significativo all’inserimento della figura del biblioterapista in contesti socio-sanitari, promuovendo così la professionalizzazione della disciplina. L’IFBPT, come ente statunitense, si occupa oggi del training e del re-training dei professionisti nel campo della biblioterapia, offrendo un modello di riferimento anche per l’Europa, dove diverse associazioni nazionali hanno seguito l’esempio, fornendo formazione di base e servizi di supporto ai propri iscritti e agli utenti.

In Italia, l’Associazione Italiana di Biblioterapia e Poesiaterapia (BIPO) è nata con l’obiettivo di tutelare la disciplina e rappresentare coloro che la praticano professionalmente. Tuttavia, ad oggi mancano ancora regolamentazioni specifiche e standard elevati nel campo della “biblio/poesiaterapia”.

Quindi la disciplina biblioterapica si è evoluta nel tempo, spostandosi a tratti verso una definizione più umanistica e legata al benessere, come rafforzamento della parte sana e consapevolezza di sé, a tratti verso una concezione più clinica, in un continuo sviluppo che si basa su capisaldi e accoglie nuovi studi. 

In Italia, il termine terapia assume facilmente una connotazione legata al concetto di cura di patologie e lontana da quello di benessere. 

La chiarezza della terminologia è importante soprattutto per una disciplina ancora nuova come nel caso della biblioterapia per evitare confusione ma allo stesso tempo è necessario che la terminologia apra e non chiuda, stimoli e non allontani. In inglese esiste una sfumatura che permette di differenziare la cura in due aree: la cura medica (cure) e il prendersi cura (care).

La lingua italiana non presenta la stessa possibilità per cui anche da questo punto di vista è importante fare attenzione ai termini che si usano per indicare lo scopo della biblioterapia dello sviluppo che non ha a che vedere con la cura ma con il prendersi cura, il potenziare ciò che è già solido, assente da patologie e che quindi appartiene alla sfera del benessere. Per questo bibliobenessere  permette di chiarire in modo efficace e immediato lo scopo della biblioterapia e l’importanza del libro, del testo resta centrale. L’intento non è confondere e differenziare ma creare le condizioni affinché più persone conoscano la biblioterapia e i suoi molteplici benefici.

La questione centrale è da rilevarsi nell’obiettivo: un gruppo di lettura, un incontro di presentazione o approfondimento su un libro non sono attività pianificate in modo tale da, considerato il profilo dell’utenza, avere un obiettivo specifico da ottenere.

Per raggiungere tale obiettivo, deve essere selezionato del materiale letterario in linea con il profilo delle persone partecipanti e deve essere stimolato uno scambio all’interno del gruppo a proposito dei testi che vengono proposti. Tale scambio non si deve intendere come discussione letteraria ma come discussione che apra ad opinioni sui temi trattati. Il gruppo deve essere condotto da un facilitatore o una facilitatrice che deve fare attenzione ad operare in base alle sue competenze (si fa qui rimando alla  precedente distinzione tra biblioterapia dello sviluppo e biblioterapia clinica).